10.4.08

Storia di ordinaria e tragica quotidianità. Cosenza e lo zoo di Berlino

Credevo che certe cose si vedessero solo nei film o comunque in luoghi degradati e lontani dai nostri occhi. In cinque anni di Università a Roma non mi è mai capitato di vedere gente che si bucasse in mezzo alla strada; certo, sarà stato un caso, ma la cosa terribile è che, una volta tornata nella mia città, vedere delle persone che "si fanno le pere" è diventata una realtà con la quale mi sto scontrando sempre più spesso, anche in pieno giorno e praticamente al centro della città. Ieri sera, per esempio, verso le 21 e 30, ero con una mia amica nella villetta nella zona di Via delle Medaglie d'Oro; avevamo portato fuori i cani, quando arrivano due ragazzi che, frettolosamente e con evidente smania, si preparano la loro "dose", per poi finalmente darsi il tanto agognato sballo. Il punto al quale voglio arrivare è che la nostra città (e soprattutto il quartiere nel quale, si sappia, risiede anche il nostro sindaco) è diventato un posto pericoloso, nel quale bisogna stare sempre con gli occhi sgranati a guardarsi le spalle, e dove raramente vedo le forze dell'ordine controllare e pattugliare (quello lo fanno solo su corso Mazzini a volta anche con quattro o cinque volanti diverse che passano ogni dieci minuti). Comunque, non perdo le speranze che le cose cambino, nel frattempo esco con la scorta (perdonatemi la nota ironica ma qui "non ci resta che piangere"). V.Q.


8.4.08

Quale Giustizia ci aspetta?

Sanità, Istruzione, Giustizia. Sono questi i pilastri su cui si dovrebbe ergersi uno Stato civile di Diritto.Tralasciando, almeno per il momento, l’Istruzione e la Sanità, vorrei soffermarmi qualche istante sulla Giustizia e le sue contraddizioni, disfunzioni, disservizi.Sono argomenti, questi conosciuti da tutti, luoghi comuni, ormai, dei quali si parla giornalmente ma la cui risoluzione sembra irrealizzabile. Per quanto riguarda il processo civile, da anni il legislatore si cimenta in esercizi acrobatici, a volte sterili e sempre improduttivi di effetti, al fine di velocizzare i tempi biblici di una controversia. Si premetta che in un Paese Civile, in uno stato di Diritto, il cittadino che si sia dovuto rivolgere all’amministrazione della Giustizia ha il sacrosanto diritto di sapere se abbia torto o ragione in tempi ragionevoli. Non è così, purtroppo, in quanto i processi continuano a durare decenni. E la concentrazione del processo in poche udienze cui si è tentato di dare concretezza mediante le ultime modifiche al codice di procedura civile? Ecco la prova di come i tentativi del legislatore siano stati fino ad oggi vani, inutili, improduttivi, sul campo, di benefici effetti. Il processo civile, per esempio, potrebbe anche concentrarsi in sole tre udienze, ma se per lo scioglimento di una riserva bisogna attendere mesi e mesi e per l’emissione di una sentenza addirittura anni ecco che in ogni caso i tempi di un giudizio si andranno inevitabilmente a dilatare. La ricetta? Semplice: più giudici, più personale di amministrativo, strutture più efficienti, più tecnologia. Già…più personale amministrativo e strutture più efficienti. Per un avvocato l’”avventura” inizia dal momento della presentazione dell’atto, da notificare alla controparte, all’Ufficiale Giudiziario. E’ mortificante rimanere in fila prima di accedere ad un locale angusto quale l’ufficio notifiche; E’ mortificante per un professionista attendere in fila prima di poter accedere ad un ufficio di cancelleria, magari solo per chiedere se sia stata sciolta una riserva. Ed il decoro professionale di cui parla tanto il Codice Deontologico Forense? Non è forse questo un modo poco decoroso di lavorare? Ed il tempo perso in udienza? Intere mattinate che scivolano via in attesa del proprio turno, in un’aula gremita, all’interno della quale si amministra la Giustizia ma dove spesso non c’è spazio nemmeno per scrivere il verbale di causa. Ma è normale tutto questo? E’ indice di civiltà se si considera che siamo nel 2008? Possibile che quella degli Avvocati è forse l’unica categoria bistrattata da tutti, alla quale mai nessuno si preoccupa di dare risposte adeguate e concrete? E’ così difficile fissare le udienze ad orario? E’ così difficile consentire agli avvocati di poter consultare lo stato del processo cui è interessato, dal proprio studio per via telematica? Ritengo che con un po’ (solo un po’) di buona volontà alcuni problemi sarebbero di facile soluzione con risultati che porterebbero tutti a lavorare meglio ed in condizioni più…umane. La Giustizia è una cosa seria ed uno Stato che si qualifichi di Diritto deve garantirne al cittadino che ne faccia richiesta una amministrazione almeno in condizioni ambientali adeguate all’importanza e delicatezza del lavoro che tutti gli addetti (dai giudici agli avvocati, dai cancellieri, segretari, ufficiali giudiziari) sono chiamati a svolgere. Per ora mi fermo qui tralasciando volutamente le mille altre disfunzioni e difficoltà cui giornalmente ci si vede coinvolti. E’ mio desiderio, tuttavia, concludere con un’esortazione diretta a tutta la categoria forense perché si adoperi fattivamente e costantemente, con la dovuta determinazione, al fine di ottenere tutto ciò che possa portare alla definitiva soluzione dei problemi che opprimono la Giustizia, onde garantire al cittadino una adeguata tutela dei propri diritti ed interessi.

Avv. Antonino De Luca

Circolo Re Alarico

1.4.08

GIOVANI E MAL DI VIVERE. Una riflessione

LETTERA PUBBLICATA SU "IL QUOTIDIANO DELLA CALABRIA" del 31/03/2008.
A cura di: Stefano Batacchi Fagiani

In un Paese come il nostro, le famiglie vivono, mediamente, in uno stato di discreto benessere, immerse, come sono, in un mare di automobili, motorini, televisioni, computer, cellulari, videogiochi. In questo marasma di patinato lucido, di pubblicità, si finisce per essere confusi nei valori, il benessere innanzi tutto, per poter avere il capo in più firmato oggi si è disposti a prostituirsi, in questo vuoto di valori attecchisce una nuova malattia il ‘mal di vivere’. Anche la famiglia che dovrebbe essere l’unico lungo possibile dove essere felici, curati, protetti, ha abdicato al suo ruolo autoritario e formativo dell’individuo che viene abbandonato alle cose e nelle cose, e quindi non controllato, tanto meno limitato in alcun modo; possono studiare a lungo, ritardando a loro piacimento l'ingresso nel mondo del lavoro, praticano sport, viaggiano, hanno rapporti agevolati con l'altro sesso per cui anche da questo punto di vista sono largamente appagati. Sembra la ricetta della felicità! E invece non è così, in questo nuovo Paese di Bengodi, cresce un “mal di vivere” che era pressoché sconosciuto ai giovani delle generazioni dei nostri nonni, che non possedevano quasi nulla, vivevano in un ambiente sociale povero, autoritario e fortemente impositivo e non avevano certo di fronte a loro grandi prospettive e facili successi. Eppure erano pieni di entusiasmi e voglia di vivere. Viene allora il sospetto che i giovani siano, in realtà più fragili, oggi di allora, poveri di spirito e di sentimenti forti, privi di tradizioni da amare e da rispettare, senza nessun rapporto con il passato incapaci di comprendere e di accettare le ingiustizie del mondo, che appare privo di valori morali e capace solo di offrire modelli di consumo sfrenato. D'altronde si è ormai creato un mondo meccanico, pieno di tecnologie sofisticate, ma privo di qualsiasi altro fine che non sia quello di condurre un’esistenza più comoda ed appariscente possibile. Un mondo di personaggi, che ha un unico scopo: guadagnare, ad ogni costo, sempre più denaro per poter comprare sempre più cose, spesso inutili; un mondo senza più dignità né orgoglio, dove violenza, arroganza e sopraffazione hanno largamente soppiantato le vecchie e nobili virtù “borghesi” della tolleranza, della pazienza, della modestia e dell'onestà.
Sarà che nessuno cerca più di trasmetterci quei valori di un tempo, che pur con i loro limiti e talvolta le loro degenerazioni, davano pur sempre un significato alla vita: lo spirito religioso, la fede, l'amore per la Patria, l'orgoglio per la propria storia e per l'appartenenza ad una terra antica e nobile, le regole di una famiglia.
Il nostro mondo tecnologico è senz’anima, né cultura, non c'è neanche più una cultura nazionale, tutto è spersonalizzato, è globale! Ed allora come meravigliarsi che ci si ammali, di “mal di vivere” fino a morire? E' un dato acquisito che il numero dei suicidi nei giovani in età inferiore ai 24 anni è aumentato a dismisura; la depressione colpisce il 10% dei ragazzi ed il 40% di questi finisce preda di droghe; il 10% delle ragazze soffre di disturbi del comportamento alimentare. Facile chiamarli codardi, facile dire che non erano in grado di sopportare nulla, davvero molto facile condannarli, ma chi è che non ha mai pensato, anche solo lontanamente di togliersi la vita, come facile via di scampo alle difficoltà, piccole, grandi, insormontabili, ma chi non ci ha mai pensato? Ci si sente sempre più soli, la solitudine è forse il male del secolo, perché se da un lato abbiamo tutto quello che serve per la comunicazione, dall'altro ci sentiamo spesso abbandonati e vittime di questa pazza corsa verso non si sa chi o che cosa: vuoi la bellezza estetica, vuoi la carriera, vuoi i meriti da conquistarsi, per essere magari scavalcati da chi ha il c.d. santo in paradiso. E allora, molti stanchi di lottare e sopravvivere chiedono a Colui che ha dato la vita di dargli la forza per togliersela. Si vive sempre di più in un mondo pieno di televisione, amicizie virtuali, mondi fantasiosi, luoghi freddi in cui è la mente ad esercitarsi anzichè il cuore. Motivi che portano al suicidio ce ne sono moltissimi, c'è chi lascia lettere, chi chiede scusa, chi va via in silenzio, forse sperando che nessuno se ne accorga, così, senza dar fastidio. Spesso poi ci si toglie la vita per delusioni affettive, e così un sentimento così bello come l'amore porta via alla vita tante giovani vite, perché lo sconforto una sera ha prevalso sulla gioia di vivere. Così anche un ribelle, pieno di luce e vita, con il mondo ai piedi, in una fredda sera in cui la primavera ha deciso di nascondersi, e il mare è fosco ed increspato, perde le priorità, smarrisce il filo degli affetti, non riesce a vedere i giusti valori, si sente forse incompreso e solo. Mentre il cuore si gonfia in petto, e monta la sfiducia nella vita e negli uomini, un ragazzo bene, al quale secondo molti non poteva mancare nulla, ha deciso di togliersi la vita e rinunciare per sempre a crearsi una vita propria, a far volare i propri sogni! È proprio così: il mal di vivere dilaga ormai in tutte le famiglie, in tutti i gruppi, in tutta la società, deve essere vinto dalla consapevolezza che la vita è una, e come tale va vissuta appieno, ma soprattutto va rispettata in quanto dono. Ma ci sono notti, bagnate dal caldo di pensieri foschi e malinconici, in cui la mente comincia a vagare da sola nei reconditi dell'essere a cercare di carpire i segreti della vita. Sono notti, in cui se la gioia di vivere non prende il sopravvento, il pensiero sciolto da pregiudizi e morali, vaga libero, spazia nell'inconscio, in quel dolce e pigro veleggiare che l'accogliente oceano della melanconia sa offrire, sono queste le notti che vorresti finissero interrotte da una telefonata, una visita nel cuore della notte, da un abbraccio, perché hai bisogno di non cadere nel baratro, nel buio della disperazione, hai bisogno di trovare conferme, motivi per tornare a combattere, ragioni di vita!
"Della vita non si deve buttare via nulla", mi ripeteva un tempo un maestro di vita come Giovanni Fragale "ogni cosa ha del buono in se", poi si lanciava senz'altro freno, in una delle sue divertenti e paradossali similitudini dell'esistenza ‘come del maiale non si scarta nulla, anche ciò che all’inizio provoca ribrezzo, perché dunque della vita non si devono apprezzare anche le cose brutte, tutto serve ad esperienza’. Vedendomi ancora triste, ma curioso di quelle frasi dai suoi folti baffi continuava nel suo volo, ripetendomi qualcosa del tipo non si apprende soprattutto dalle cose brutte!? Ebbene l'esperienza è la ricetta, che fa del brutto e del dramma, il bello e il saporito, la panacea, la scusa per accettare, tutto ciò che la vita ci propone. Oggi sono più grande, vivo diversamente gli imprevisti gli ostacoli di questo cammino chiamato vita! Pur ricordando l’opportunità di quelle chiacchierate, con quell’uomo grande che sapeva di antico e opportuno, mentre spiegava le ansie della solitudine. Oggi inneggio alla vita, alla gioia, al canto stonato, alla danza sfrenata, al vino al buon cibo, alle donne, agli amici, godo di preziosi attimi, sperando che dopo ogni conquista ne giungano altri, ma non dispero, se nell'attesa di un attimo per cui vale la pena esistere ed un altro, vi s'intramezzano anche momenti di profondo sconforto o dolore, gioisco anche di questi, perché sono flebili e destinanti a sparire, senza lasciare traccia alcuna, oggi sono più forte, ma nella mia notte oscura, io ho ricevuto la visita di un uomo burbero che affrontava le difficoltà sorridendo sotto i suoi folti baffi. Mi auguro che lì dove ora è, possa spiegare anche a Paolo con uno dei suoi paradossi il vero senso di un sorriso.